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INTERVENTO SUL GENDER PAY GAP

 

Gender pay gap, la sfida delle imprese sulla parità retributiva di genere

di Alessia Bausone

Gender pay gap, dietro questo termine sconosciuto ai più si cela un nemico delle donne: il divario retributivo di genere.

Donne pagate meno degli uomini per il lavoro prestato, insomma. Una differenza che in Europa ha toccato il 16%, un po’ come se le donne non venissero pagate per l’attività lavorativa che svolgono a novembre e dicembre.

L’incidenza del gap è percepibile durante tutta la vita di una donna che, guadagnando meno, avrà, di conseguenza, una pensione inferiore e sarà più esposta al rischio di povertà in vecchiaia.

In Italia il dato del differenziale è decisamente confortante se paragonato alla media europea (7,3%), ma l’INPS ha stimato che una donna dopo venti mesi dal parto percepisce stabilmente circa il 12% in meno rispetto al reddito potenziale in assenza della nascita del figlio e che tale cifra raddoppia (intorno al 20% dopo sedici mesi) fra le donne senza un contratto a tempo indeterminato, mentre per gli uomini la nascita di un figlio non ha alcuna incidenza retributiva.

Che fare? Innanzitutto, non bisogna perdere di vista i fattori essenziali che possono colmare il divario: la lotta per la parità di genere e la valorizzazione delle potenzialità e delle competenze femminili che sono tra gli obiettivi della strategia di crescita dell’Unione Europea «Europa 2020», già affermati anche nel Patto europeo per la parità di genere del 2011.

Un altro intervento necessario è la sensibilizzazione dell’opinione pubblica sul tema. Proprio per questo, nel 2011, la Commissione europea ha inaugurato la “giornata europea per la parità retributiva”, la cui data di celebrazione annuale è determinata in funzione del numero di giorni dall’inizio dell’anno necessari per colmare il divario, calcolati in base alla media UE.

L’intervento più innovativo, invece, consiste nel responsabilizzare le imprese e farle diventare baluardo della parità retributiva di genere.

Un esempio concreto che sta già dando i primi frutti proviene dall’Islanda, che è divenuto il primo paese al mondo a obbligare le aziende (con almeno 25 dipendenti) ad un’uguale retribuzione degli impiegati indipendentemente dal sesso, dall’etnia, dal genere e dalla nazionalità, concedendo loro un’apposita certificazione.

Il governo di Reykjavik,e l’Althing (il Parlamento nazionale) hanno preso una decisione netta contro il gender pay gap, tant’è che il ministro islandese per le pari opportunità Thorsteinn Viglundsson arrivò a dichiarare:  «È il momento giusto per fare qualcosa di radicale. Dobbiamo fare in modo che gli uomini e le donne godano di pari opportunità sul posto di lavoro. È nostra responsabilità prendere tutte le misure per raggiungere questo obiettivo».

Nella più vicina Svizzera, due mesi, fa è stata emanata una normativa simile per cui le imprese che dimostrano di seguire una politica salariale e retributiva egualitaria ottengono dallo Stato uno specifico logo che certifica il ricorso a pratiche non discriminatorie, mentre sarà previsto l’obbligo per i datori di lavoro che impiegano 50 o più dipendenti a effettuare ogni quattro anni un'analisi sulla parità salariale e a sottoporla alla verifica di un organo indipendente con obbligo di sottoporre i dati dell’analisi ai loro dipendenti e, se quotate in borsa, ai loro azionisti.

E ai detrattori che si nascondono dietro lo spauracchio di una eccessiva burocratizzazione a carico delle imprese, invito alla lettura e ad un lavoro comune per l’attuazione dell’articolo 37 della nostra Costituzione.

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